I giganti del mare sono in pericolo
da Greenpeace Catania
Greenpeace è da sempre impegnata nella difesa della salute dei mari del pianeta. Essi ci danno la vita, eppure come ricompensa, noi li soffochiamo, li inquiniamo e ne cambiamo il clima alterandone profondamente i delicati equilibri e compromettendo la vita delle specie vegetali e animali che vi abitano. I mari di tutto il mondo risultano oggi più che mai minacciati da uno sfruttamento sfrenato delle risorse, ben oltre le capacità dell’ecosistema. Moltissime specie di pesci, di coralli, di uccelli marini, di tartarughe e di balene sono, così, a forte rischio di estinzione.
Proprio la lotta contro la caccia alle balene è una delle più importanti sfide ambientali affrontate da Greenpeace, che ha reso tale associazione ambientalista famosa in tutto il mondo.
‘Balena’ è un termine generico col quale si indica un cetaceo (cioè un tipo di mammifero adattatosi in modo totale alla vita acquatica) di grande taglia, come il Capodoglio,
La caccia alle balene esiste da secoli. Questi giganti del mare sono stati cacciati per ricavarne consistenti quantità di carne ed altri prodotti. L’olio proveniente dal grasso, per esempio, è stato lungamente usato nelle lampade per l’illuminazione pubblica; i fanoni (le lamine flessibili presenti nella mascella superiore di alcuni tipi di balena, che fungono da filtro per trattenere il plancton) come stecche per i busti delle signore e gli ombrelli; lo spermaceti (sostanza cerosa presente in alcune cavità della testa) veniva usato nella preparazione di cosmetici, candele e pomate.
Dunque, per quanto crudele, la caccia alle balene è stata per molto tempo un’attività di sussistenza, spesso con poche alternative, specie in alcuni paesi del nord Europa.
Ma alla fine dell’Ottocento, con l’avvento di imbarcazioni a motore sempre più potenti, è iniziata una caccia sistematica e industrializzata che ha portato al limite dell’estinzione quasi tutte le popolazioni dei grandi cetacei.
Attualmente i Paesi che maggiormente promuovono la caccia alle balene sono Norvegia, Islanda e Giappone.
I giapponesi, ad esempio, hanno cacciato balene per oltre 400 anni. In particolare, dopo la seconda guerra mondiale le balene sembrarono la più facile soluzione alimentare per sopravvivere alla crisi. Oggi questa caccia non avrebbe più alcun motivo di esistere: il Giappone è uscito dalla crisi e le balene rischiano l’estinzione. Ecco perché oggi la caccia alle balene viene giustificata da fantomatiche ‘finalità scientifiche’. Spesso la “ricerca scientifica” viene manipolata a fini politici ed economici, ma il caso giapponese supera ogni limite: in decine di anni di “ricerche” non è stato mai fornito un dato che non potesse essere ricavato con metodi non letali.
Ciononostante, sono sempre più le nazioni che all’interno della Commissione Baleniera Internazionale - organismo istituito per tutelare le popolazioni di cetacei - si schierano a favore di una riapertura della caccia alle balene, mascherata da pretestuose finalità scientifiche.
Ma come mai una così massiccia adesione allo sterminio dei cetacei? La risposta a questa domanda è semplice e sconcertante allo stesso tempo. L’agenzia di pesca giapponese (con l’avallo di Islanda e Norvegia) porta avanti, infatti, una politica di acquisto voti di nuove e piccole nazioni, offrendo appetitosi finanziamenti in cambio di un voto allineato. La responsabilità di questo disastro è anche dei troppi Paesi che solo a parole si dicono contro la caccia alle balene, ma nei fatti non hanno mai fatto nulla per arginare la compra-vendita di voti che Giappone, Islanda e Norvegia continuano a portare avanti. Purtroppo l’Italia è uno di questi Paesi.
Ma la caccia commerciale non è l’unico pericolo che le balene devono fronteggiare. Altri fattori complicano la precaria sopravvivenza di questi splendidi animali. Ad esempio, la particolare biologia di questi cetacei che, nonostante l’aspetto simile ai pesci, sono mammiferi, con un tasso riproduttivo particolarmente basso. Inoltre la fisiologia di questi animali li espone in modo particolare ai cambiamenti ambientali frutto delle attività umane, come l’effetto serra, il buco dell’ozono, l’inquinamento chimico, ecc. Non secondariamente va considerata la pesca industriale, che sottrae alle balene preziose risorse alimentari e le espone al rischio delle catture accidentali.
Le aspettative troppo ottimistiche sul recupero delle popolazioni di balene si basano sull’assunto che – fatta eccezione per la caccia commerciale – le balene sono al sicuro esattamente come potevano esserlo centinaia di anni fa. Purtroppo questo non sembra essere vero e non si è certi della possibilità di recuperare alcune specie di balene.
Anche nei mari italiani mari (lo sapevate???) vivono diverse specie di cetacei, e dal 1999 è stato istituito nel mar ligure un parco marino (il cosiddetto’santuario dei Cetacei’) per tutelare un’area particolarmente ricca di cetacei, perché zona di riproduzione. Nonostante non esiste e non è mai esistita in Italia la caccia alle balene, tuttavia cetacei e tartarughe marine rimangono spesso vittime delle ‘spadare’, che sono delle particolari reti da pesca ormai bandite dall’ONU dal 1992, ma ancora oggi illegalmente utilizzate.
La soluzione che Greenpeace propone per la salvaguardia di questi giganti del mare è l’abolizione di qualsiasi tipo di caccia alle balene e la creazione di una rete di parchi oceanici e riserve marine essenziali per il recupero della biodiversità presente nei nostri mari.
(Mario Accolla & Claudio Chibbaro – Greenpeace Catania)





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