Racconto Aperto: il punto della situazione
Gentili lettori,
a che punto è il nostro Racconto Aperto?
Cerchiamo di riassumere, per quello che abbiamo capito.
- Il protagonista, un imbianchino mancato, è impegnato nella stesura di un racconto e fatica a trovare un buon inizio. Nell’incipit che ha scritto inserisce un personaggio che fa parte dei suoi ricordi d’infanzia, un aspirante pittore. -
In qualità di curatori dell’esperimento Racconto Aperto, abbiamo avvertito la necessità di aggiungere delle virgolette, utili a delimitare il racconto nel racconto, in modo da aiutare la comprensione da parte del lettore e dei futuri narratori.
Il nostro intervento, che non vorremmo fosse considerato un atto autoritario, ci è sembrato utile a correggere alcune imprecisioni logiche, rischio calcolato per la natura aperta dell’esperimento, che avrebbero però potuto portare ad una irrecuperabile incomprensibilità e quindi ad un punto di non ritorno.
Il Signor Carletto e Lucha





A sei giorni dal suo timido incipit, virtuoso ma a mio dire pleonastico, allo scopo di accendere il dibattito critico mi sento in dovere di intervenire sullo stato del nostro esperimento.
Ho definito “pleonastico” l’inizio del racconto, e a suggerire la parola è certamente la mia personalissima idea di letteratura, affezionata ad un prosa più poetica e allo stesso tempo concreta, carnale, colorata, piuttosto che al groviglio razionale di periodi e scatole cinesi. Meglio “in medias res” che in mezzo al ragionare a vanvera. Un inizio che già dichiara di non essere un inizio, l’ennesimo racconto che comincia con qualcuno impegnato a cominciare un racconto. Sorge insopprimibile uno sbadiglio.
Non che debba per forza succedere qualcosa, ma mi aspetto una maggiore originalità, uno sforzo in più. Altrimenti scrivere diventa come compilare dichiarazioni dei redditi.
Ma questa è la mia opinione, e non va certo a sminuire il lavoro altrui o a mettere in dubbio le premesse dell’esperimento.
Quello che mi preme di condividere, però, è questa mia tiepida insofferenza di fronte a un racconto che fatica a ingranare la marcia e partire di slancio. E’ come se agli interventi fin qui letti mancassero le orecchie ed anche il coraggio di determinare il corso, la piega. Come se chi scrive non si prendesse la responsabilità di rispettare i tempi verbali precedenti per poi decidere una buona volta quale strada il racconto dovrà prendere. E così si susseguono una serie di succulentissime esche, di trampolini eccezionalmente flessibili. Ma nessuno abbocca, nessuno si prende per mano e si tuffa. O magari gli autori prendono la spinta, saltano, fanno una splendida capriola in aria e poi atterrano di nuovo sulla tavola.
O, se preferite, tre attaccanti dentro l’area di rigore, di fronte soltanto il portiere, continuano a passarsi instancabilmente, e in maniera imprecisa, la palla.
E il lettore esclama un “DAIIIIIIIIIII”, tra delusione e speranza.
Attendo risposte
Lucha
Beh, un po’ me ne rammarico, ma credo l’animo iniziatore del racconto (per quanto certamente pleonastico) è stato ingiustamente interpretato attraverso uno “sgroviglio” razionale di quei periodi pleonastici.
Dico insomma che non per forza si tratta di uno scrittore… ddu palle sì… ma piuttosto di un personaggio che deve ritrovare qualcosa di sè per poter far ripartire la Sua storia. Non la storia di una sua narrazione, un suo romanzo, racconto o una delle qualsiasi altre robe metaletterarie, ma la sua Storia, la sua vita.
Cazzo, mi sembra proprio un incipt aperto. E così l’ho inteso quando l’ho continuato io. Sono ripartivo da un passato di questo personaggio, qualcosa che era avvenuta prima.
Azzardati commenti o banali pregiudizi letterari?
Mi rifarò vivo, come solo continuatore del racconto.
Basta coi commenti che si tratta di fantasia.
Appoggio Lucha nell’idea dell’abboccoalle esche altrui.
Abboccherò.
Dai, a me che non so narrare, lasciate almeno il piacere di commentare, di metter sale e seminar zizzania.La fantasia alberga anche nei miseri commenti dei fannulloni.
In potenza un’opera aperta non ha argine nè fine, perciò accetta la critica e la inghiotte senza masticare.
Immaginate un’opera viva, in piena crescita, sottoposta alle bizze del lettore, l’impertinente sguardo che si fa parola e vuole suggerire al racconto la strada. E la prosa si contorce, batte i piedi, acconsente in apparenza ma poi devia verso l’imprevedibile. Vai Nino, non aver paura.
Io, in qualità di Signor Carletto, credo che la tua critica, Lucha, per quanto utile, possieda solo parzialmente una potenza e un senso, poiché tu ancora non hai riversato nemmeno una briciola della tua splendida “fantagrafia” nel nostro racconto. Non ti metti in gioco, ma attendi impaziente che un gorilla si svegli e si batta il petto. Dato che la sua natura aperta deve essere anche una forza di questo racconto, quale occasione migliore di questa, essere un lettore annoiato, per intervenire personalmente e dare una sterzata magari recuperando l’esca o lanciandone una nuova o perché no, stravolgendo il senso di tutto? In fondo è molto facile giustificarsi sostenendo la propria incompetenza, troppo per chi tira fuori un linguaggio impeccabile per dire cose quali: “l’impertinente sguardo che si fa parola e vuole suggerire al racconto la strada”,o “la fantasia alberga anche nei miseri commenti dei fannulloni”, e tutto il resto. Se la fantasia alberga, non farla ristagnare nei commenti, gettala nel racconto e sfrutta l’insoddisfazione. Personalmente amo le scatole cinesi ma concordo sull’attenzione maggiore che dovremmo rivolgere ai tempi verbali, ambigui maghi in potere di innalzare labirinti tanto affascinanti quanto impervi nei loro percorsi. D’accordo con te sul coraggio e sull’abbocco, riciclo la tua esortazione: vai Lucha, non aver paura.
ps: “Prosa”, a volte è una parola un po’ampollosa!