Leggi e continua il Racconto Aperto

 

Se avesse avuto davvero la forza di cominciare qualcosa, allora questa storia sarebbe stata già scritta da anni. Sarebbe iniziata senza alcuna considerazione per l’inerzia che condiziona l’immobilità e la mobilità delle cose, si sarebbe portata avanti così come sarebbe venuta, e poi, infine, avrebbe trovato una conclusione di quelle impeccabili, senza che nulla si fosse potuto eccepire.
Purtroppo però non era così. Egli possedeva tante cose, troppe addirittura, ma certo non la forza per farne cominciare una dal principio: meno di tutti per sfondare l’impermeabile stabilità di un incipit che non vuole partire, di una storia che, come questa, aveva deciso di iniziare senza un inizio vero e proprio. (Anonimo/a)
Bisognava perciò tornare indietro. Partire (se da lì si poteva) da quando questa forza necessaria ad un qualsiasi cominciamento era presa a mancare, da prima che gli ripresentasse una nuova occasione per cominciare e quindi da quando aveva assodato che di iniziare non ne era affatto più capace.

“Da bambino, quando gli chiedevano cosa volesse fare da grande, aveva una risposta bella e pronta, di quelle precise, sprezzanti e spiazzanti: il pittore.
Quando alla prima domanda seguiva una giustificabile spiegazione ulteriore, egli replicava semplicemente alzando il mento in un gesto vago, insignificante o, forse, così ricco di possibili significati da risultare ineccepibile, senza altre scappatoie a cui appellarsi.
Il pittore.
A dipingere, disegnare, grattare ad arte aveva cominciato precocissimo, quattro anni e mezzo o giù di lì, a dire di voler proseguire per quella strada lavorativa c’erano voluti altri due anni. Giusto il tempo di arrivare alle prime classi della scuola dell’ordine e trovarsi di fronte il celeberrimo foglio bianco con scritto in testa “Cosa farò da grande” come titolo.
Un tema complesso da sviluppare, alle volte, ma di certo importante per iniziare (eccolo, forse il primo vero indizio di un inizio) a porsi le prime questioni di carattere poetico-stilistico.(Nino)
Da un rapido giro di domande effettuato con la schiena sul muro del corridoio fuori dalla prima B, emergeva dirompente, tra un jab di mortadella e un gancio di frittata, un fatto non in discussione:non c’era ombra di pittori in mezzo a quei calzoni corti. A sorpresa un solo astronauta, poi tre benzinai, due contadini (che in seconda analisi divennero significativamente possessori di terre), un cowboy, una giudice, due investigatori privati, una cassiera di supermercato, tre sportivi equamente divisi tra tennis, calcio e pugilato, due poliziotti, un pilota di aerei da combattimento e poi l’ultimo, seduto proprio di fianco la porta, con il mento sulle ginocchia e il succo alla pera nella mano destra: un imbianchino.
Recuperò il sorriso proprio sul suono della campanella. Inutile ricamarci sopra, era la tavolozza a far la differenza”.(Cirello)

E anche ora ha la schiena appoggiata, ma un Brunello di Montalcino del 1962 ha sostituito il succo di pera. “L’imbianchino…”. Poi le coordinate del tempo l’hanno spinto in avanti. Un frullato di eventi. E’ passato qualche anno.
Ora l’imbianchino mancato guarda l’ondulare rubino che ha in mano, quasi volesse rallentare il tempo lascia alle sue pupille l’ardire di scrivere il gusto di quel nettare. Poi i suoi occhi tornano lì. Quei colori lo affascinano, le forme lo stordiscono e la fantasia cammina. Storie, racconti, magie…Ogni volta è ciò che lo appaga, dopo la fatica. E questa volta è stata dura. Più del solito. Ma ora “Ruggero che libera Angelica” è lì, davanti al suo sguardo: Ruggero a cavallo di un Ippogrifo che con la lancia difende Angelica. “Meglio nelle mie mani che in quelle di un ricco saccente e ignorante. Jean Auguste Dominique Ingres avrebbe preferito così”, riflette l’imbianchino mancato. (Anonimo/a)
E anche ora, Brunello di Montalcino e gaiezza, capolavori al muro, ( parete di estrema ricercatezza e ancor più ricercata), e una certa soddisfazione di Coniglioimitatore, coinquilino amabile e amabile mimo nonché coniglio di media taglia, quest’uomo non riesce a non rivolgere la mente a quel vecchio compagno di classe. Quello dalla risposta pronta e sprezzante: - Il pittore! –
Il pittore.
Mentre il ricordo inizia a premere sui lividi, Coniglioimitatore si lancia in una delle sue sfrenate esibizioni e solleva le zampe anteriori unendo i polsi pelosi come fossero tenuti stretti da corde, getta la testa all’indietro sventolando le orecchie come una chioma e si posiziona davanti a Palo, un grande cane addormentato. Un sorriso a labbra scure ringrazia la sua ilarità.
Dovrebbe dargli un posto meno importante nel suo racconto, al pittore. Chissà, di quanti altri imbianchini poteva essersi beffato. (Parac)
Ma forse te lo meriti, “pittore”. Come estremo saluto. Per il pasto, per il corpo e per il sangue. “Creatore”?! Che bel soprannome ti davi!! In alto il calice al “Creatore”! alle tele bianche uccise! allo sporco che ha creato! al caos che lascia! E il nero sul bianco, e il fuoco, la carne, il sangue, il vino, e la gioia e il terrore nei tuoi occhi e… la macchia sul muro. No!una macchia sul muro. Una lurida orrenda macchia rossa sul muro. Non sopporto le macchie sui muri. Non sopportavo quelle tue macchie sulla tela. Ti sentivi creatore e creando sporcavi sporcavi, e morendo hai sporcato il mio muro. Gridando hai sporcato le mie mani. Pulisci pulisci pulisci, vernice vernice vernice. Bianco bianco, uccidere le macchie, uccidere le macchie, uccidere le macchie… subito subito….
“Caro, che fai?” “Imbianco cara, sai che è sempre stato il mio sogno. La nostra casa sarà la più pulita del mondo, vedrai, e questi quadri colorati li daremo in beneficenza amore, pazienza, avremo le pareti più bianche per un po’…”(Anonimo/a)

 

 

 

 

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