L’invisibile night. Riflessioni sul piano sequenza.

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Il piano sequenza è una sequenza costituita da un’unica inquadratura, fissa o in movimento, priva di stacchi al suo interno.

 

Limitandomi a ricopiare questa definizione da uno dei milioni di siti internet che parlano di grammatica cinematografica, vorrei qui riflettere sulle potenzialità di tale modo di raccontare per immagini una storia o parte di essa.
L’idea che una sequenza di senso compiuto possa fare completamente a meno del montaggio è, in realtà, una delle prime acquisizioni naturali del mezzo cinematografico. A ben guardarli infatti tutti i primi “film” dei Lumiere altro non sono se non piani sequenza a camera fissa della durata giusta giusta di una delle loro primordiali bobine: piani sequenza sono l’uscita dalla fabbrica, l’arrivo del treno, la colazione della famiglia Lumiere, l’innaffiatore innaffiato e così via. Poi, col tempo, ma già a partire dal contemporaneo Méliès, il piano sequenza prese ad essere sostituito dalla classica struttura a successione di piani e campi, struttura che ricostruisce le situazioni e gli ambienti incollando delle porzioni più meno piccole e più o meno brevi di profilmico*.
La “scoperta” del montaggio e di tutti i suoi usi apparentemente più creativi e meno statici (si pensi a Méliès e alle sue acrobazie visive, appunto) segnarono un declassamento del piano sequenza che finì per essere utilizzato solo nelle riprese di carattere documentario o per il cosiddetto teatro fotografato, primitivo tentativo di narrativizzare il cinema, già per altro narrativizzato nel migliore dei modi sempre dallo stesso Méliès. Pur tuttavia i Lumiere non abbandonarono mai l’idea che la realtà andasse filmata per long take, cioè lunghi appostamenti ed ininterrotti chilometri di pellicola, e il nodo di questa riflessione parte proprio da questa loro idea quasi ossessiva e mai dimessa nello sviluppo del loro percorso autoriale.

 

La possibilità di far impressionare per lunghi tempi i fotogrammi davanti alla luce intermittente che passa dall’otturatore concede infatti una maggiore probabilità di intercettare un istante di mondo reale anche quando il cinema (artificiale per sua natura) è di matrice dichiaratamente finzionale, quando insomma ci si trova di fronte ad una organizzatissima messa in scena.
Con l’avvento del cinema moderno infatti, specie con autori come Wells e le sperimentazioni formali del suo Quarto Potere, il piano sequenza assume uno status tutto nuovo, rinnovato da un uso dinamico e fortemente significante.
Assodato che per girare un piano sequenza gli attori non possano permettersi di sbagliare neanche una battuta, una espressione del viso o un gesto, che la macchina da presa debba confrontarsi con un’illuminazione adeguata ma che non intralci tutti quei movimenti necessari allo sviluppo narrativo delle immagini, una illuminazione quanto più occulta e naturale sia possibile, che tutto ciò che avviene fuori campo (senza interruzioni e per un determinato numero di secondi) debba essere comunque vivo, già in azione, senza che nessuno insomma gridi nuovamente “azione” per far partire la simulazione, si intuisce quanto l’utilizzo di questo strumento linguistico del cinema altro non faccia che aggiungere verità involontaria e spesso invisibile rispetto a ciò che alla fine si vedrà proiettato sullo schermo.

 

Ci sono infiniti esempi utili a supportare questa teoria, esempi illustri e più o meno noti; qui però ne vorrei portare uno di un lungometraggio contemporaneo, quello che, in fondo, ha mi dato la spinta più importante per concepire questo articolo.
Nella prima metà di L’uomo in più di Paolo Sorrentino (2000), per intendersi, prima degli “incidenti” che segneranno il destino dei due protagonisti, ci si trova davanti ad uno dei più interessanti e ben fatti piani sequenza del cinema italiano degli ultimi 20 anni (non volendo scomodare Antonioni, ché considerarlo italiano è probabilmente fargli un torto, specie a pensare al suo cinema degli anni ‘80).
Tony Servillo, assieme ai componenti del suo gruppo, approda su una decappottabile rossa davanti la porta di una discoteca, li vediamo arrivare ripresi dall’alto con un piccolo dolly (un muletto che regge un operatore steadycam, a detta dello stesso regista) che pian piano scavalca l’automobile, li segue alle spalle mentre si dirigono verso l’entrata ed oltrepassa la soglia assieme a loro in uno spazio buio, ricolmo di gente, fumo e musica dance anni ’80. Da qui inizia una lunghissima sequenza di dialoghi, di scambi di battute banali, saluti, accendini su sigarette dentro e fuori dal campo (il fumo entra ed esce come a alleggerire l’estrema rigorosità, mai ostentata, di Pasquale Mari - direttore della fotografia), balli, risate, musiche che iniziano, finiscono e vengono ritmate perfettamente in sincronia dalle mani degli attori, delle comparse, dalle luci colorate che illuminano la pista.
La sensazione è quella di una scena qualunque: nessuna immagine che non abbia senso di essere per come è, nessuna scelta di angolazione o grado di vicinanza dei personaggi che non sia perfettamente coerente rispetto a ciò che si vuole rappresentare e narrare, nessuna caduta di ritmo rispetto all’atmosfera che si vuole evocare. L’unica grande impressione che si aggiunge al già visto è quella di immaginare il mondo vivo oltre i bordi del riquadro filmato, immaginarlo in maniera definita ed essere quasi certi che quel mondo ricostruito e mai ripreso, che mai entrerà tra le immagini de L’uomo in più, è esistito davvero, era realtà e non solo verità.
Chissà infatti, ci si chiede a bocca aperta, a quanti di quei figuranti non sia scappato di ballare davvero, di chiudere gli occhi e sollevare le braccia senza essere diretto del regista o dell’aiuto, chissà quanti si sono fatti una risata autentica mentre davano le spalle alla macchina da presa che li sfiorava di sguincio, chissà quanti, anche solo una boccata di sigaretta, non se la siano goduta come propria, come se la sarebbe goduti fuori da quel finto night club di venti anni fa, senza addosso quei vestiti fuori moda e quegli ingombranti personaggi protagonisti illuminati meglio sì, ma sufficientemente distanti per poterli deridere fuori dal copione e dalle immagini del film.

 

È importante riflettere sul fatto che tutta quella vita non la si potesse controllare se non per sommi capi, approssimativamente, nel migliore dei modi ma mai nella maniera più assoluta.
Il piano sequenza è forse dunque uno degli strumenti del cinema con cui i registi scelgono di liberarsi un po’ al caso? Di lasciar scorrere più mondo davanti la pellicola di quanto si è normalmente abituati a guardare?
Può darsi, ma forse la congettura è sin troppo ardita e di certo loro, i registi, tituberebbero così tanto a rispondere che bisognerebbe prendere atto più della loro titubanza che non della risposta in sé, allo stesso modo di come si è scelti di guardare non tanto al visibile della sequenza di Paolo Sorrentino ma all’invisibile.

 

* Il mondo vero o ricostruito che sta davanti la macchina da presa.

4 Responses to “L’invisibile night. Riflessioni sul piano sequenza.”

  1. Salve,
    vedendo che sei ferrato sull’argomento, ti pongo un quesito che mi ha lasciato interdetto per parecchio tempo, e che ora, leggendo le tue osservazioni mi è rinvenuto alla mente.
    Il piano sequenza iniziale di “Una giornata particolare” di Ettore Scola, è tale, o è stato montato in modo che sembrasse un piano sequenza? Se non hai presente di cosa sto parlano guardalo, sta nei primi minuti del film, e a mio giudizio personalissimo è (se è un piano sequenza) uno dei migliori mai girati nel cinema italiano e forse non solo.

  2. Ciao e grazie per aver inaugurato lo spazio commenti di questa sezione.
    Dunque, il solo fatto che ti sia venuto in mente Ettore Scola mi fa davvero piacere, ho sempre creduto sia uno degli autori italiani meno riconosciuti come tali che, almeno per una parte della sua carriera, è davvero riuscito a raccontare l’Italia come fosse un po’ entomologo, un po’ etnologo e di certo anche un romantico nostalgico (chissà quanto sarebbe d’accordo lui su questi giudizi).
    Per quanto riguarda la tua domanda credo di poterti rispondere subito che quello dei primi minuti di “Una giornata particolare” (l’ho rivisto stamattina per evitare errori di false memorie) non è un piano sequenza ma un long take, questo non per screditarlo o ridimensionarne l’essenza, ma solo per sottolineare il fatto che può parlarsi di piano sequenza solo quando l’unica inquadratura senza stacchi di cui sopra riesce a racchiudere in sé una intera sequenza narrativamente conclusa (sarebbe il caso di soffermarsi maggiormente sul concetto di sequenza, ma forse non è il caso di farlo adesso, per cui aggiungo solo che non essendoci rotture di spazio, tempo, personaggi o eventi narrativi al primo stacco di montaggio successivo al long take, dobbiamo parlare proprio di long take e non di piano sequenza).
    Rispetto al fatto che il long take sia effettivamente un long take e non una questione di montaggio non ci sono dubbi. Considerando il fatto che tutto il film è interamente girato in studio, tanto gli interni quanto gli esterni, e che siamo nel 1977 (quindi prima di “Shining” di Kubrick, il film per cui fu inventata la Steadycam) ipotizzo che la ripresa sia stata realizzata coordinando una gru (quella dell’inizio che parte dalla finestra di Mastroianni e arriva fino a quella della Loren) e una sorta di carrello montato sul tetto, dei binari a cui la macchina da presa viene agganciata non appena supera i bordi della finestra del personaggio femminile e che poi si snodano per tutto il suo appartamento in una specie di cerchio. Fai caso al fatto che l’unico elemento che non vediamo della casa sono proprio i tetti delle varie stanze: lì dovrebbe stare il trucco.
    L’ultima cosa che vorrei aggiungere è che il direttore della fotografia del film è Pasqualino De Santis, colloboratore degli ultimi film di Visconti, di parte della migliore produzione di Antonioni, Fellini, Rosi e altri grandi del cinema italiano (vedere per credere http://www.imdb.com/name/nm0005681/)
    Spero di essere stato esaustivo e ancora grazie per l’interessamento.

  3. Grazie per le precise e preziose delucidazioni.

  4. il buon maurello! saluti da cirello.

    l’esimio gallit mi va su scola, beh, io parlando di piano sequenza made in italia non posso non prostrarmi di fronte al genio di Michelangelo in “Professione: reporter” (1975), quella macchina che passa tra le sbarre…mamma mia, brividi.
    eccolo qui, ovviamente presente sul tubo:
    http://www.youtube.com/watch?v=A3EO6DS6IRQ

    però, caro gallit, se me la metti sui long take iniziali, allora ti rimando al maestro, rivederlo è sempre uno spettacolo. “L’infernale Quinlan” (Orson Welles, 1958):
    http://www.youtube.com/watch?v=zt7-aTOPFCA

    se poi volete intripparvi a morte, consiglio (a chi non lo conoscesse) “Arca Russa” di Sokurov (2002). 100 minuti girati senza mai staccare. ebbene sì, 1 ora e 40 di piano sequenza. a me non fece impazzire, ma al cinema fu un’esperienza memorabile.

    ossequi a tutti,
    mauro, non dire stronzate che ti tengo d’occhio…
    un abbraccio a chiunque si trovi di fianco a te, eh eh.
    cy

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